Letaris e leçs


Letare di D’Aronco e impegn di Illy, o viodarìn

Vie pal fin setemane, letare dal prof D’Aronco al Governadôr Illy a proposit de propueste di leç sul furlan che al rispuint cjapantsi un impuartant impegn.
Par leilis
IL FRIULANO NEL GHETTO

di GIANFRANCO D’ARONCO

Egregio presidente Illy, se arrivassi in tempo e se proprio servisse, vorrei segnalare a lei (ma è presunzione) e a chi legge che ci troviamo di fronte a decisioni molto gravi che, se sbagliate, metterebbero in pericolo la specialità della regione. A Trieste si decide in questi giorni se il Friuli merita di esistere solo per la gastronomia tradizionale, il prosciutto e l’ex Tocai. Per chi non lo sapesse, la specialità del Friuli Venezia Giulia è motivata in primo luogo (lo ha detto anche lei di recente a una televisione locale), oltre che dalla posizione geografica ai confini con il mondo germanico e slavo, dalla presenza di lingue per così dire minoritarie: il friulano, il tedesco, lo sloveno.
Ora, se la legge in gestazione sarà approvata dal consiglio regionale con le restrizioni ultimamente apportate in sede di giunta da lei presieduta, la lingua friulana sarà materia d’insegnamento nelle scuole solo per chi proprio lo vuole. Anno per anno i genitori dovranno espressamente dire se i loro pargoli gradiranno di sentir parlare della loro lingua madre (per un’ora, dico un’ora la settimana). Figurarsi. Non basta che dieci anni fa la maggior parte dei nostri Comuni si sia dichiarata per il sì. Non basta che Italia ed Europa garantiscano ufficialmente e solennemente la difesa delle lingue meno parlate. La condizione è che ogni anno, all’atto dell’iscrizione, si dica sì da parte dei singoli. Non è che l’insegnamento del friulano sia predisposto in tempo nei Comuni, si noti bene, già manifestatisi favorevoli. Diversamente da quel che si fa con la religione, l’insegnamento sarà realizzato solo se vi sarà la richiesta: se no, no. Figurarsi con quali possibilità di organizzare in tempo, in seno alle strutture scolastiche, insegnanti e orari! Questo infatti è il comma dell’articolo 13, dopo le modifiche in peggio apportate alla bozza degli esperti, nominati dalla stessa amministrazione regionale: «Le istituzioni scolastiche (…), al momento della pre-iscrizione degli alunni, richiedono ai genitori se intendono o non intendono avvalersi per i propri figli dell’insegnamento della lingua friulana». C’è anche dell’altro, ma sorvolo.
Temo, egregio presidente, che lei sia contagiato da qualche strana malattia, per la quale tutto ciò che è friulano turba i disegni centralisti del potere. È questa – mi scusi – una posizione di retroguardia, di conservatorismo, di provincialismo, di egoismo: posizione che pareva condivisa solo, ormai, da persone che ragionano a orecchio, lontano dalla cultura, legate a schemi elementari, secondo le quali l’italiano è la sola lingua degna di questo nome e il friulano è l’italiano parlato male. Lei, in cuor suo, la pensa diversamente: ma l’interesse politico che guarda a destra e a sinistra, a costo di rimanere strabici, è un’altra cosa.
Proprio in questi giorni non uno qualunque come me – rispettoso del friulano come di ogni lingua madre –, ma il professor Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della crusca, quattro volte centenaria (leggiamo sul maggior quotidiano economico-finanziario), ha affermato. «Le nostre lingue, dal maltese nel mar di Sicilia allo svedese e al finnico (…), ci sono tutte ugualmente necessarie per vivere, cioè per continuare a produrre civiltà. E non possono essere più o meno gerarchizzate, per selezionare quelle da far prevalere e quelle da avviare a un declino presuntamente naturale», nel nome del nazionalismo. E ancora: «Ogni lingua contiene un’intera visione del mondo. Tante lingue sono tanti e diversi sistemi di sapere. L’Europa, il più piccolo dei cinque continenti, è uno scrigno di tali tesori e non dobbiamo correre il rischio di perderne neppure uno solo». Parole pronunciate a Firenze, alla solenne apertura della giornata dedicata alle lingue d’Europa e alla loro promozione. E citava il friulano «nostro grande linguista Graziadio Isaia Ascoli, che richiamò i più avveduti alla ragione, spiegando che la lingua non è un vestito da indossare, ma è la nostra pelle».
Lei dovrebbe essere il primo a difendere non solo precise leggi dello Stato e della Comunità europea, ma quelle del buon senso, contro ogni omologazione forzata o strisciante, sfacciata o nascosta, che fa strazio della cultura e della civiltà. La principale educatrice (si fa per dire) oggi in Italia non è la famiglia, non è la scuola: è la televisione e ce ne accorgiamo. La quale dispensa quotidianamente, a tutte le ore, desolanti modelli di vita – e di lingua – offerti in tutte le salse e in tutte le case. È un continuo insinuarsi nei cervelli di chi vede e ascolta, un continuo proporre atteggiamenti e comportamenti vacui, ma “in”. E in lingua che non è quasi mai un italiano passabile. Rifiutiamo la banalizzazione.
Non rimanga nella storia come l’industriale di Trieste prestato per metà alla politica. Non rimanga il presidente della ciclopica Tav, per la quale la Bassa friulana verrebbe trattata come corridoio di comodo, una servitù di passaggio fra due sole stazioni, Mestre e Trieste. (Vien da pensare alla grande arteria per gomma e rotaia, extra-territoriale, con cui si sarebbe dovuto congiungere la Germania alla Prussia orientale scavalcando il corridoio di Danzica, come da proposta degli occidentali a Hitler. Quella almeno era un’idea buona forse a salvare la pace).
Non dica, egregio presidente, che deciderà il consiglio. Non sia troppo modesto. Confermi la sua dichiarata simpatia per “Il piccolo principe” di Saint-Exupéry, e non lo cambi con “Il principe e il povero” (Friuli) di Mark Twain. Legga ai suoi queste parole di Pier Paolo Pasolini: «Dutis li favelis furlanis, di cà e di là da l’aga, dai monz e dal plan, a spetin la stessa storia, a spetin che i furlans a si enecuarzin veramintri di lour, e a li onorin come c’a son degnis: fevelà furlan a voul disi fevelà latin» (1944). E legga queste altre righe di Gianfranco Contini, quando aveva scoperto la prima silloge in friulano di Pasolini: «È la vera nobiltà di una lingua minore, come il rumeno o il catalano» (1943).
Sappiamo benissimo quanto conta il consiglio e quanto conta lei. Mostri che lei è il presidente di una Regione niente affatto unica, di cui il Friuli è poi la parte maggiore. E non cerchi un compromesso. Lei è già compromesso abbastanza di fronte ai friulani come me, che pur avevo posto fiducia in lei. Se la lingua friulana verrà trattata come pare, sappiamo di chi sarà la responsabilità maggiore.

LA RISPUESTE DI ILLY

Illy cambia la legge: friulano per tutti

«Non servirà richiederlo alla scuola, chi non vuole studiarlo dirà di no»

LA MADRELINGUA IN CLASSE

Il governatore fa propria la proposta lanciata da D’Aronco sul Messaggero «La lingua locale è una risorsa anche per chi è nato fuori del Friuli»

«Da valdese capisco bene il valore delle minoranze e modificherò la norma»

di TOMMASO CERNO

UDINE. Tutti a scuola studieranno il friulano, salvo gli alunni che esplicitamente – tramite i genitori – chiederanno di essere esclusi. Il governatore Riccardo Illy fa propria la richiesta di Gianfranco D’Aronco, friulanista e leader storico degli autonomisti del Friuli, che nella sua lettera aperta pubblicata ieri sul Messaggero Veneto aveva contestato il meccanismo della nuova norma di tutela, che prevedeva l’insegnamento della madrelingua soltanto per chi lo richiedesse esplicitamente. Le parole di D’Aronco hanno trovato d’accordo il governatore che ha annunciato la modifica della norma: sarà chi non lo vuole a doverlo dichiarare.
«Ho trovato garbato e equilibrato l’intervento del professor D’Aronco – dice Illy –. Ritengo sollevi argomenti corretti sui quali abbiamo discusso in giunta abbastanza a lungo prima di approvare il disegno di legge preliminare che spetta al consiglio ora approvare». Qualche giorno fa, aggiunge il presidente, «ho definito di lana caprina, ma non in termini negativi, la questione dell’iscrizione ai corsi di friulano. Anche se va ricordato che nel disegno di legge è previsto l’obbligo per le scuole di fornire questa opportunità e, come già avviene oggi, la facoltà dei genitori di iscrivere i loro ragazzi. Bene, ho usato quell’espressione perché qualche giorno fa siamo stati a Ruda e nell’incontro con il sindaco di quel Comune e in una amabile conversazione con i suoi assessori e le sue assessore ho rivolto loro la domanda, anzi una serie di domande su un tema che trovo di grande interesse. Primo: dove si parla il friulano? Visto che è un comune che non è nel cuore del Friuli. Mi è stato risposto: dappertutto, a casa, nei luoghi dove si socializza, ma anche sul luogo di lavoro incluso quello pubblico, cioè l’amministrazione comunale. La seconda domanda: quanti bambini delle scuole si sono iscritti ai corsi di friulano? Risposta: praticamente tutti, anche quelli che non sono nati nel comune di Ruda. Allora evidentemente il fatto di doversi iscrivere non ha costituito un ostacolo». Ma ciò nonostante, continua Illy, «siccome tutti si iscrivono non vedo perché debba costituire un ostacolo invertire le parti. Per cui tutti sono iscritti automaticamente e, se un genitore non vuole l’insegnamento, chiede l’esonero».
Un cambio di rotta, in sintonia con la richiesta di D’Aronco, che – se anche dal punto di vista pratico non cambierà molto – dal punto di vista culturale ha un significato profondo per autonomisti e friulanisti. «Per me – dice Illy – non costituisce alcun problema, anzi. Io sono di religione valdese, cosa che spiega il mio interesse e la comprensione per i temi che riguardano le minoranze linguistiche. E ho sempre chiesto da bambino – e ottenuto – l’esonero. Ma voglio andare oltre e dire che da cittadino della Regione, della Venezia Giulia, ritengo che il patrimonio turistico e culturale sloveno, della piccola minoranza tedesca e soprattutto quello friulano, il più numericamente significativo, sia un patrimonio di tutti i cittadini della regione, per cui anche mio. E ritengo da amministratore della Regione un mio dovere difenderlo e da cittadino un mio diritto e interesse che sia difeso».
Illy cita poi Ashby, che ha scritto una delle leggi della cibernetica, la legge della varietà necessaria, «nella quale dice che per controllare un sistema complesso, il controllore deve avere una complessità pari o superiore al controllato – spiega Illy –. Quindi laddove il sistema assume una certa varietà di comportamenti, il controllore ne deve avere una di livello superiore. O almeno uguale. Ebbene noi ci troviamo in un mondo estremamente complesso nell’economia globale. E se vogliamo controllarlo e sopravviverci dobbiamo avere una varietà di comportamenti almeno uguale». Secondo il governatore, quindi, «abbiamo l’enorme fortuna di vivere in una regione piccola, compatta, con 1,2 milioni di abitanti 4 comunità linguistiche riconosciute e almeno un’altra decina non riconosciute e dobbiamo da un lato garantirci la continuazione di questa varietà – aggiunge –, che significa insegnarle alle generazioni successive e trasmettere i valori culturali. Dall’altro favorire il lavoro e la vita culturale assieme di queste diverse componenti, cosa che rappresenta la migliore opportunità per avere successo in questa fase della storia dell’umanità». Una posizione che hanno capito gli istituti di ricerca, secondo Illy, le università e anche diverse imprese «che hanno costruito gruppi di lavoro misti e la cui creatività è sensibilmente suoperiore a quella dei gruppi omogenei. Per la ricerca, per la soluzione di problemi complessi sono molto più aperti». Anche per questa ragione, conclude Illy, «ho voluto che si tenesse nella nostra regione, a Udine, l’assemblea generale dell’Are, a novembre, con il tema dell’identità. Perchè ritengo che nella nostra regione abbiamo qualcosa da dire su questo tema».

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