Cunvigne su Catalogne e Friûl… cence VJ

Biel articul di Dree Valcic sul Gazetin di vue. Plan plancut staial nassint un cuotidian furlan?

Si svolge oggi un convegno che ha come tema il rapporto tra
l’autonomismo in Catalogna e un suo possibile raffronto con quello friulano. Intanto non è proprio così, almeno stando a quanto dichiarato dai promotori nella presentazione dell’incontro. Dice infatti il presidente del circolo Rinascita, Ennio Di Bortolo: «Quando parliamo di autonomia ci riferiamo all’intera Regione, non è concepibile altrimenti, visti i termini quantitativi della popolazione, anche per non cadere in sterili campanilismi».

Ecco riapparire la teoria del campanile, della pericolosa deriva dell’orticello e alla fine il trionfo della visione materialista e
economicista della questione minoranze. O si è grandi e grossi, come la Catalogna appunto, o non vale nemmeno la pena discutere, se non in termini astratti e idealisti, dell’autonomia.
La sinistra, da quella radicale a quella riformista, insiste nel
sbagliare approccio sulla questione delle minoranze nazionali. Ancora una volta mette i paletti e tira le conclusioni prima di accertare i contenuti, resta ideologicamente prevenuta su tutto ciò che contiene termini come popolo, etnia e diversità.

Resta difficile spiegare come affrontare il caso Catalogna senza fare
uso corretto di queste categorie. Impossibile poi se intende proseguire con quello basco, quello irlandese, corso, bretone per restare a livello
europeo occidentale e tralasciando i drammi di Cecenia, Albania, Armenia,
Kurdistan per giungere poi a casa nostra.

Ma pensiamo, per una volta, che i sensi di colpa prevalgano e che
questa sinistra si appresti con buona volontà e autocritica sincera a porsi domande sull’autonomismo e a cercare risposte.
La Catalogna potrebbe rappresentare un inizio significativo in tal
senso.

Si potrebbe quindi ripercorre criticamente i giudizi che
l’Internazionale dava dei movimenti autonomisti catalani nel periodo che precedeva la guerra civile spagnola, bollandoli come espressione della borghesia locale, in uno scontro tutto interno alla logica capitalista. Critica che non mutò nei fatti nemmeno durante il periodo del Fronte popolare, quando il settarismo dei comunisti divenne una, non l’unica, delle cause drammatiche della sconfitta democratica.
Perchè non un convegno sulle posizioni del comandante Carlos,il
triestino Vittorio Vidali, a lungo temuto e incontrastato capo del Pci regionale?

Cosa ne pensasse degli anarchici, largamente maggioritari proprio a
Barcellona dove anche il sindacato, la Cnt, era sotto la loro direzione?
Il difficile rapporto, se non l’aperta diffidenza e condanna, con le
minoranze in Spagna da parte della sinistra, continuò anche sotto il
regime di Franco. Il partito comunista, illegale e in clandestinità come tutti i movimenti non di regime, era dilaniato da lotte intestine, fra
dirigenti che vivevano in clandestinità e altri in esilio, ma comunque uniti nel considerare come piccolo- borghese ogni fenomeno di autonomismo
catalano.

Nel nome dell’internazionalismo proletario e di una concezione
centralistica dello stato, tutte le manifestazioni targate Barcellona erano viste come derive nazionaliste. Sui baschi si giungeva ad affermare che non ci poteva essere nessuna collaborazione con l’Eta, non perchè movimento armato, ma per la «sua manifesta impronta razzista e clericale».

I fatti smentirono queste analisi frettolose e faziose: alla netta
opposizione al franchismo della borghesia e di tutto il popolo
catalano, la Catalogna era ed è la regione più ricca in assoluto, si deve anche il progressivo indebolimento del regime di Franco. All’azione militare, la famosa bomba al generale Carrero Blanco, dell’Eta, corrisponde invece il colpo decisivo all’immagine del Caudillo.

La sinistra italiana poco conosceva di questi fatti, anni dovettero
passare per capire che ad esempio ogni partita di calcio del Barcellona era la più grande manifestazione antifranchista, l’occasione per sventolare le bandiere giallorosse, per ribadire il concetto di indipendenza. Si doveva diventare turisti per capire che non era per snobbismo, se al turista ignaro, si rispondeva sempre in catalano e mai in castigliano. Si doveva scoprire San Sebastian e la sua spiaggia per capire come “il terrorismo basco” fosse
talmente diffuso e radicato, da far sì che in ogni bar e osteria ci
fossero i ritratti e le foto dei prigionieri e dei morti, con accanto le
cassettine per le offerte alle famiglie.
Ma al politico non si chiede di fare il turista, ma di analizzare i
fenomeni.

Se ancor oggi la sinistra pretende di chiudere la battaglia per l’autonomismo in Europa, riconducendola ai suoi principi e dogmi,
sbaglierà di nuovo. Il rischio di questo convegno è appunto questo. E stupisce che chi, come Stojan Spetic, che ha fatto della sua vita una testimonianza sui diritti degli sloveni, possa accettare che si discuta dei friulani oggi solo nei termini culturali e linguistici e non invece di autodeterminazione.

Se i sensi di colpa per il passato esistono, quella di oggi è un’occasione per scacciarli. Bisogna avere il coraggio, altrimenti resterà sempre il dubbio che si parli due lingue diverse, ma una è biforcuta.

Andrea Valcic © Il Gazzettino

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